Questo per dirvi che a Roma, come in tutta Italia, come in tutta Europa, le attività dedicate alla povertà, al disagio, alla fragilità [anche se credo avrei dovuto usare il plurale: le povertà, i disagi, le fragilità] saranno tantissime e tutte slegate tra loro. Il termine “slegate” non lo uso a caso. Slegate non in riferimento all’oggetto del loro operare [le povertà], ma slegate tra di loro [le attività]. Nell’era dell’interconnessione, dell’interdipendenza, delle reti noi, in Italia, facciamo le cose per il bene comune senza un dialogo comune, ma, come ogni luogo comune che si rispetti, ci lasciamo offuscare dai problemi, dalle difficoltà, dalla retorica del “le cose qui non funzionano”.
Secondo me, invece, esiste un inconscio “diritto di prelazione del povero” che esalta la propria autoreferenzailità, il tutto unito alle difficoltà reali che s’incontrano lavorando con/per la povertà.
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