[Giuro: non l'avrei mai detto che le mie 15 paginette di racconto potessero piacere così tanto. Si vede che D'amato e Moretti c'hanno visto giusto. Nella foto la scansione della recensione firmata da Rita Caramma al mio SUBLIMNAL IDOL. Leggerla mi lusinga moltissimo: GRAZIE RITA!] Tuesday, August 18, 2009
SUBLIMINAL IDOL - recensione di Rita Caramma su LA SICILIA
[Giuro: non l'avrei mai detto che le mie 15 paginette di racconto potessero piacere così tanto. Si vede che D'amato e Moretti c'hanno visto giusto. Nella foto la scansione della recensione firmata da Rita Caramma al mio SUBLIMNAL IDOL. Leggerla mi lusinga moltissimo: GRAZIE RITA!] Thursday, July 09, 2009
Poesie senza Adsl - a present by Filippo Brunamonti
[Filippo Brunamonti, stimato amico e giornalista dalla penna fine, legge e commenta il nostro libro. Emozionati per le meravigliose suggestioni, condividiamo con piacere]Saturday, July 04, 2009
Randazzo scrive dell’Impavida eroina
Lo scrive Francesco Randazzo sulla sua rivista online Mirkal.
Scrive anche altre cose de “L’impavida eroina eccetera”. Potete leggerle qui.
Thursday, January 22, 2009
LA TERRA VISTA DALLA LUNA - Claudio Morici
I viaggi sono i viaggiatori, i viaggi sono iniziazioni, i viaggi sono sempre e prima di tutto metafora del nostro “viaggio” d’adattamento al mondo che ci circonda, alle genti che lo abitano, alle sue storie.
Morici ci regala il biglietto per un viaggio folle, che poi è forse l’unico viaggio possibile al di fuori delle proprie familiari (in)sicurezze, un viaggio che è il tentativo di rimettere ogni cosa al suo posto per dare un senso a ciò che un solo senso non lo potrà mai avere. E allora via, in compagnia di Simon, appesi al climax delle sue storie, proiettati verso una follia distruttiva che non risparmia nessuna ipocrisia, imbarcati nell’arca dei luoghi comuni: l’ostello. È qui, infatti, che s’incontrano i luoghi comuni, s’accoppiano, si moltiplicano, in un’atmosfera identica in ogni parte del mondo.
Wednesday, January 07, 2009
Poesie senza ADSL - Floriana Lenti
L’elemento essenziale che sempre più sembra perdere importanza è il contatto umano, ma non è detto che dopo una serie di mail, dopo mille parole scritte per chat e dopo svariati sms non arrivi…
E’ palese la spiccata vena ironica in “Poesie Senza Adsl”, che si fonde ad una visione leggermente drastica e pessimista soprattutto se può bastare un clic a cancellare tutto.
Un diario senza carta e senza penna ha comunque bisogno di una mente e di mani, ammirevole sia l’una che le altre, perché sono aperti verso un “tu” ed un “noi” a partire da un “io”.
“Tutto nacque dalla necessità di raccogliere idee su uno spazio condivisibile istantaneamente in modo tale da aggiornarsi, senza troppe attese, sui propri pensieri, stimoli, riflessioni, dubbi. Una situazione come un’altra, insomma. Con l’avvento di internet, e perdonatemi la retorica, necessità come questa cominciarono a manifestarsi moltiplicandosi come bolle di sapone in una vasca piena d’acqua calda su cui casca la boccetta aperta del bagno schiuma” è questo che scrive l’autore Girolamo Grammatico nell’introduzione e si ha infatti l’idea di un progetto collettivo, del confronto con gli altri, di un pensiero comune.
Monday, November 03, 2008
Saverio Fattori al Premio Scerbanenco
Scrittore “informato dei fatti”, corridore amatoriale («non va né piano né forte. Va»), Fattori adotta alcuni stilemi tipici del nuovo neo-realismo dell’ultima generazione letteraria (la situazione dispersiva, le relazioni precarie, la forma-passeggiata) per raccontare la vita risucchiata dall’«inferno
della perfezione inutile» di Claudio Seregni, l’io narrante che cerca l’evasione dalla medietà insignificante della propria esistenza nella realizzazione
di un corpo da olimpiadi. La scelta di questo io narrante che non può permettersi codici etici, che accetta senza remore la spirale prestazione- doping può sembrare spiazzante, soprattutto quando siamo costretti, tirati dentro il romanzo, a confrontarci con la sua mentalità fascistoide negli scampoli di vita quotidiana, ma soprattutto nella dimensione agonistica: «È profondamente ingiusto che un atleta si ammali. Il suo organismo ha retto e riprodotto prestazioni fuori dalla norma e non può cedere minato dagli stessi agenti patogeni che debilitano l’umanità media».
Fattori ha la capacità di portare il lettore in un mondo gelido, pervaso da relazioni deboli e fittizie, e lasciarlo senza il supporto di una morale consolatoria o di un finale edificante. La costruzione di un corpo perfetto ha come prezzo la recisione delle relazioni affettive, il disinteresse per l’altro, la rinuncia al piacere, la progressiva crescita della paranoia (uno dei topos narrativi di Fattori): un mondo alienato, popolato da alienati, prodotto
da relazioni e pratiche alienanti. Un mondo postfordista, dove il paradigma della fabbrica, della precarietà, della guerra di tutti contro tutti si
estende all’intera società, senza lasciare angoli immuni.
Girolamo De Michele, Liberazione.
Wednesday, October 01, 2008
La mia visione de "L'egoista"
Bruno ha occupato uno spazio suo, con-diviso, ma suo. Uno spazio virtuale, ma non solo. Bruno ha rotto la connessione.
Saturday, July 19, 2008
IL TANGO DELL’ANGELO PERDUTO
L’inizio di un amore, nelle dinamiche di sempre. Le migliori dinamiche. Gli incastri perfetti, l’armonia, le parole che escono facili come non si sarebbe mai immaginato potesse succedere. Due ragazzi su una panchina, la premessa di una storia d’amore, ipoteca di felicità. Ma qualcuno ruba l’Angelo, una squadraccia di sbirri rapisce Laura. La vita di Alfonso Lopez è recisa, sospesa per sempre. Siamo nell’Argentina del 1978, gli anni di una dittatura sanguinaria che rapisce, tortura ed elimina migliaia di presunti oppositori. Siamo in un posto dove è successo qualcosa che poteva succedere anche in Italia. E non è successo. A volte c’è mancato un pelo, la parola Golpe è risuonata spesso, in decine di dossier, nella controinformazione. Parola ignorata o invocata dall’umanità media del paese con la borghesia più ignorante d’Europa, desiderosa di poteri forti pronti a ristabilire un ordine fascista. Allora, negli anni Settanta. E oggi, come non mai. Genova a monito.
A questo ho pensato quando ho chiuso il bel romanzo di Giampaolo Borghini, ex Quindicino (http://www.iquindici.org/news.php) , nato nel 1968 a Ferrara. Descrive una storia delicata in un contesto Storico tragico che mangia i piccoli uomini. I paesi feriti e martoriati perdono la memoria, certe storie vanno rimosse. È un istinto di conservazione che non è sempre vigliaccheria o ingiustizia. I carnefici oggi in Argentina camminano per le strade, le vittime abbassano lo sguardo. La vita deve continuare, il cervello deve decomprimere i cattivi pensieri. Noi latini questo lo sappiamo fare. È la nostra benedizione. La nostra maledizione. Un tango può momentaneamente allentare la tensione.
Per ballare il tango serve un’anima pura e lasciva allo stesso tempo, senza la quale non è altro che un esercizio di stile, qualcosa di vuoto e inutile come camminare senza scopo nell’anello di una piazza, gli altri questo invidiano a loro. Fra un po’, quando la milonga si riempirà, se ne andranno, di un metro quadrato per muoversi non sanno che farsene e quando si riempie anche questa sala modesta sembra che scoppi. A quei ragazzi, che non erano nemmeno nati quando il capitano entrava da quella porta per far smettere l’eversione di una pericolosa banda di ballerini, per stroncare la sedizione della seduzione, non importa proprio niente dei morti, dei desaparecidos, a loro interessa solo il ballo.
Non sempre il meccanismo di autodifesa funziona. O non per sempre. Si erigono barriere, dighe artificiali che arginano un dolore che potrebbe ucciderci. Si emigra, si opta per una esistenza anonima, per la solitudine. Si mormora e non si urla. Poi un cadavere riemerge dal Po, assomiglia in maniera assurda all’Angelo perduto quella notte maledetta. Non è possibile. Siamo in una dimensione paranormale, la ragazza ha ancora i tratti di allora. Per sempre Laura, per sempre giovane, la Laura del Parco. Un Angelo torturato su un tavolone dell’ESMA, la Scuola di Meccanica della Marina trasformata in quegli anni in una fabbrica di orrori. Alfonso Lopez si è dimenticato di quella storia, si è stordito di lavoro. Quella storia non si è dimenticata di lui e torna a cercarlo. Per chiudere il cerchio che va chiuso dovrà tornare a Buenos Aires dove si cerca di sopravvivere agli incagli di sempre, dove si è smesso di cercare la verità e la giustizia. Dove di balla ancora il tango. Splendidamente.
IL TANGO DELL’ANGELO PERDUTO di Giampaolo Borghini, Davide Zedda editore, Cagliari, Aprile 2008, euro 12
Wednesday, July 16, 2008
.:Areamag - P. Squilloni :.
Con il classico scorrere su e giù per le pagine del loro Myspace alla ricerca di informazioni più o meno interessanti, ci cade l’occhio su di una scritta: “Tipo di etichetta: Nessuno”. Conseguente stupore inevitabile. I romani areamag (rigorosamente minuscolo, non è un refuso) hanno già autoprodotto due demo, l’omonimo “areamag” del 2004 e “L'Omino e altre Storie”, dello scorso anno ma ancora in fase di lavorazione. E non uno straccio di contratto discografico. Chissà se sono mai passati da quelle parti, chissà se si sono accorti della qualità della musica che propongono. Chissà se l’hanno voluta ignorare. D’altronde le storie che raccontano parlano proprio di questo: l’indifferenza.
Quello di cui vogliamo parlare non è la recensione di un loro disco (più precisamente di uno dei loro due demo), visto anche il loro manifesto programmatico di “progetto cantautoriale e d’improvvisazione”. Risulta così più interessante scrivere della totalità della loro proposta creativa, senza tralasciare il non trascurabile fatto che è possibile ascoltare solamente cinque canzoni. Considerando poi che la scintilla che li ha fatti nascere, l’impulso vitale che li muove e il terreno dove seminano le loro storie e ne ricavano gemme pop, nel senso più nobile del termine, arde nella dimensione concertistica, nella quale amano stravolgere con chitarre, loop e violini le loro canzoni, sembra spontaneo parlarne con uno sguardo più ampio.
In questa febbricitante emergenza espressiva e comunicativa si capisce subito che la loro forza risiede nelle parole, mai banali. Ma le loro musicalità traballanti non sono di certo rilegate a mero sottofondo, quanto piuttosto degne accompagnatrici di storie consumate nell’ombra quotidiana. E a loro volta le loro metriche si incastrano perfettamente nelle atmosfere dilatate, eteree o inquietanti che siano.
Ti prendono per mano e ti portano nel loro mondo di emarginazione sociale e solitudine.
Un’avventura affascinante e sicuramente interessante. Li aspettiamo alla classica prova del disco.
Voi scrivetegli, cercate i loro demo, scovateli nei concerti.
Piergiacomo Squilloni
Monday, July 07, 2008
Monday, June 02, 2008
The Niro - P. Squilloni
In un momento di evidente crisi ci si stupisce nel vedere un nome poco altisonante (seppure con un nome d’arte ironico e geniale), quello di un giovane cantautore e compositore rock romano, esordire direttamente nel catalogo di una major. Debutto vero e proprio che segue di poco uno splendido EP di quattro canzoni, An Ordinary Man, che aveva fatto già presagire quello che ci saremmo dovuti aspettare.
The Niro si è guadagnato il rispetto e la fiducia della Universal grazie alla sua già matura esperienza mondiale, con grandi artisti affermati che l’hanno voluto con lui a condividere il palco. Vi bastino alcuni nomi su tutti: Lou Barlow, Okkervil River, Badly Drawn Boy, Sondre Lerche e Deep Purple. Esperienza che è riuscito a costruirsi grazie alla sua perseveranza e costanza.
Anche se poi alla fine certi discorsi pseudo-sociologici possono essere molto opinabili e lasciare il tempo che trovano. Non può quindi bastare questa doverosa premessa per capire appieno il fenomeno The Niro.
Quello che invece ci appare chiaro e certo è il suo talento. È qui che veramente va cercata la chiave del suo successo, è così che The Niro è entrato di prepotenza nelle nostre colonne sonore.
Nei suoi testi troverete i dubbi e le ansie di ogni trentenne che si rispetti. E nella sua calda e potente voce, che canta in inglese, l’eco di una sensibilità passionale ed intensa. Quella di un polistrumentista brillante (praticamente tutti gli strumenti che sentite nel disco sono stati registrati direttamente dal giovane artista) che dal vivo si fa accompagnare da musicisti bravissimi che lo seguono da una vita.
Nelle sue composizioni si trovano gusto (sentite il delicato innesto di tromba in About Love And Indifference, affidata a Sergio Vitale) e sobrietà, per una musica senza fronzoli, semplice e diretta, come si può apprezzare anche ad un suo concerto: attacca la spina, un gesto, uno sguardo fugace ai compagni di viaggio e via, si parte. Trame strumentali che sono già un marchio inconfondibile della sua proposta musicale, composte da complessi arpeggi e colorate da improvvise esplosioni in cui il volume si alza, i ritmi si fanno più incalzanti ed è proprio impossibile restare fermi. Dita che si muovono veloci e sicure su quella chitarra, alternando canzoni nervose (Liar e So Different) ed evocative (l’ossessiva Mistake) o dal respiro più folk (l’acustica Josée) ed intimista (Hollywood e la conclusiva I Wonder). Non mancano poi momenti squisitamente pop che mostrano gran classe, come nella beatlesiana An Ordinary Man. Malinconia che cola da ogni nota.
Quante volte abbiamo letto di paragoni alti e spesso imbarazzanti per descrivere l’impatto di un artista, che sovente si sono rivelati irriverenti parole al vento? Se con altri era inutile scomodare tanta gloria musicale, fidatevi, non lo è in questo caso. Nick Drake, Elliott Smith e Jeff Buckley si trovano tra i suoi dichiarati ascolti ed influenze, ed emergono qua e là, spesso con riferimenti più o meno espliciti. E lui si muove a suo agio, con una naturalezza impressionante, nel vuoto lasciato da musicisti divenuti idoli, riuscendo ad evitare tutto sommato arguzie troppo facilone che strizzano l’occhio ai suoi (e nostri) eroi, anche se in alcuni casi possono sembrare più di un ricordo. Ma è un attimo, un riverbero spazzato via da canzoni stupende e piene di pathos. Non c’è bisogno quindi di accontentarsi dell’ennesimo epigono. La sua cifra stilistica si muove oltre, caratterizzata com’è da un’ispirazione sincera. E se non tutto convince, non è di certo la mancanza di personalità, quanto piuttosto certi passaggi che lasciano poco spazio alla varietà. Poca cosa di fronte alla portata di un’opera piena di belle canzoni, con pochissimi cali di tensione e tanta evidente genuinità. Tredici perle una dietro l’altra, che regalano emozioni che ci riempiono e scaldano il cuore. Caratteristiche sempre più difficili da trovare. Non come quei fenomeni (da baraccone) messi su per vendere vagonate di dischi, piacere a, più o meno, tutti e costruiti per durare poco, il tempo di una sola stagione. Mode che si creano dal nulla e che altrettanto velocemente si dissolvono, sostituite dalla next big thing che sicuramente staranno già preparando.
Ma qui, potete scommetterci, c’è qualcosa che rimarrà a lungo.
Piegiacomo Squilloni
Sunday, May 11, 2008
Sayonara Gangsters
Sunday, May 04, 2008
NEW ITALIAN EPIC. SUGGESTIONI POCO ATTINENTI.
Tutti avrete visto il dibattito televisivo sulla forza della televisione con Biagi.
www.youtube.com/watch?v=65QGvs_K1kk
Avrete notato che Biagi e gli altri coglioni erano già morti. Pasolini non ancora. La sua affermazione di vitalità intellettuale è indisponente, una pacata arroganza che è umiliazione per i fuochi fatui che cercano di interagire goffamente. Rimane lui da eliminare. Perché tutto il resto è già inquinato e colluso. Defunto. Ma non zampetta nevrotico, l’idea della fine è nota, ma non lo atterrisce, la non-eternità consola invece di condurlo all’impazzimento. Pur conscio non cede al panico. Egli danza. Sulla monnezza. Lui che rappresenta l’epica di riferimento per questo paese che è morte e monnezza. Non è un caso che Saviano sia napoletano, non è un caso che la parte determinante di Gomorra sia dedicata allo smaltimento illegale dei rifiuti. Nulla è casuale. Nulla lo è. Mai. Constatazione che non rasserena, semmai allarma. Questo paese non riesce a staccarsi di dosso il marcio che si ribella e diventa propagine a tutti gli effetti. Il marcio in Italia rivendica identità, collegi elettorali. Pasolini porta la vita tra i morti, in uno sforzo inutile e smisurato. Anche Saviano si misura con l’epica dell’atto eroico che non sedimenta, il colpo di spada che fende l’aria. Porta speranza a una popolazione incapace di rinascere, che lo chiama Siano, in un gioco di parole che lo rende attiguo a Giancarlo Siani, giornalista de Il Mattino, morto ammazzato nel 1985. Immagino che la fine del pianeta si realizzi con l’estinzione della materia vivente. La mondezza ci sopravviverà. Vorrei scrivere cose non inutili prima di crepare. Vorrei muovermi con falcate ampie prima di cedere con le gambe molli. Niente zampettare isterico.
s.
Thursday, March 13, 2008
VERGINE FOREVER
VERGINE FOREVER. E' stato difficile avvicinarmi a un piccolo libercolo con un simile titolo. Malgrado tutto, è amore. Nemmeno il sottotilo mi ha acceso di entusiasmo. La ragazzina della copertina, pensosa e invitante sotto le coperte, sorride troppo furbetta. Rischio il machismo cultural-letterario se dico che le librerie straripano di narrativa da pollastre inutile e dannosa. Emotività vaginale, vaginalità emotiva. Con derive anal e cum shot. Ma nel rispetto dei propri sentimenti stritolati da quei noiosetti degli storici fidanzati.A spiazzarmi e a smentirmi ci pensano Monica Viola con il suo TANA PER LA BAMBINA CON IL CAPELLI A OMBRELLONE ( http://www.monicaviola.it/libro.html ) e Gloria Belotti da Brescia, che a vent'anni sfodera 62 paginette di diario furibonde. La voce narrante è folgorante, aculei che non danno tregua. Gli idioti che si sono concentrati sui troppi kazzi kon la k sono anime misere che non si sono confrontati con la centralità dei suoi temi e hanno preferito frequentare la periferia, il nucleo era davvero troppo doloroso e destabilizzante. Gloria ha una parte del corpo paralizzata, si definisce "kasino umano" ma si fa caso Sovra - Umano, indaga un'umanità media e normodotata, disgustosamente fragile. Al meglio delle nostre possibilità siamo il suo Mercoledì 31/03/2004. "Non è un po' ridicolo chi si atteggia a rivoluzionario artistoide illuminato e poi ha paura di un paio di gambe appena un po' instabili?"
Gloria è in un posto scomodo, quello della piena coscienza, derivante da una intelligenza bruciante, esterno a buonismi& ipocrisie. Non conosce l'indulgenza, non se la può permettere. La sua lucidità ci costringe a fare i conti con i suoi umani intralci, con la nostra stabilità fisico emotiva. Nelle 62 non sono riuscito a volgere lo sguardo altrove, avevo i nervi scossi, la meledicevo e la benedicevo, la sua favola nera con Sempreinbilico, Sognidoro, Stefanodelkazzo, Timidoepico, Alberich. "La mia amica Sognidoro sa amare in silenzio, disinteressatamente. Un fottio di gente dice di saperlo fare, ma solo lei ne è capace davvero." Le rendo omaggio come posso, ma non mi piace quello che sto scrivendo. Non mi piaccio mentre lo scrivo. Lascio la parola a lei.
"... Non ero sola. Ero con il cielo. Inizio a pensare di essere troppo sincera. Ammetto con troppo candore gioie, dolori, amori e paranoie. Potrei improvvisare una sensibilità che non ho , oppure inventarmi pornorockstar. Potrei dettare il Vangelo secondo Sempreimbilico ed essere osannata da folle plaudenti. Potrei crearmi una vita parallela e trasformarmi in un'icona online di seducente perversione."
...
VORREI GUARIRE ALMENO IL TEMPO DI UN BACIO
Sunday, December 02, 2007
.:lettera aperta ad un amico:.
…venerdì scorso al Simposio la crew di Terranullius e i componenti di Percezione Sociopatica si sono ritrovati a dibattere su diversi argomenti correlati all’ultimo libro pubblicato dal Bufi e il Moretti dal titolo “L’orata innamorata” edito da Coniglio Editore. I più puntuali hanno avuto la fortuna di assaggiare l’orata marinata preparata dallo zelante chef, una leccornia delittuosa che non ha avuto pietà nemmeno dei palati più delicati. Per chi non avesse capito, una vera e propria copulazione tra papille gustative e flaccida carcassa che si concludeva con un delitto passionale e qualche rutto al limone. A coronare poi l’atto, del buon vino bianco offerto dagli organizzatori. Insomma, si preannunciava una bella chiacchiera.
Come sempre a introdurre la serata era stato il Moretti sbiascicante e valente accompagnato dalla maestria intrattenitrice del Bufi. Una modesta platea divisa tra interdetti, amici e conoscenti ascoltava silente, tanto che il Grammatico ha dovuto mettere su un discorsetto degno del Maurizio Costanzo Show per strappare dalle loro mani un timido ma devo dire deciso applauso. Che dire, il pubblico è sempre il pubblico.
Graditi e intelligenti gli interventi da parte del rappresentante di RadioCopyDown, trasmissione di Radio Onda Rossa che vi invito a seguire. Regina della serata, la cucina. Si è parlato di ingredienti letterari, di malaletteratura, di editori si e no onesti, di culinaria intemperanza, di pollo alle mele e direttive sulla preparazione, di pescivendoli sexy, di vongole bagnate, di ragazzi che appena usciti dall’alberghiero si rifiutano di pelare le patate, di quale sarebbe stato il mio ruolo in una cucina qualora mi fossi cimentato a fare il cuoco e cioè passare le patate già pelate ai neo-diplomati, di diritti sulle ricette, di gelosie tra cuochi ma soprattutto, si è parlato di copyleft. Di certo non starò qui a spiegarvi tecnicamente e legalmente di cosa si tratti, chiunque voglia documentarsi può leggere il libro dall’omonimo titolo “Copyleft”, curato da Girolamo Grammatico che vanta non poche pubblicazioni che seguono questa straordinaria filosofia editoriale. Libera distribuzione artistica, mi concederà “forse” il Grammatico o perlomeno a me piace vederla così. Eppure durante la serata, questo argomento complesso ma accomunante ha scaturito una piccola disputa sulla citazione del nome dell’autore e della fonte da cui si trae la sua opera. Premetto: questo blog, come molti di voi avranno di sicuro notato, si avvale di questa filosofia editoriale. Potrete infatti notare il logo dei Creative Commons e tanto di conciso chiarimento sulla questione dei diritti.
La ricetta culinaria si tramanda, è popolare e di conseguenza appartiene al popolo tutto.
Nulla da ridire.
Farsi citare a giudizio per aver cucinato una carbonara penso suonerebbe come una bella barzelletta. Ma esistono ricette particolari, tutelate dal diritto d’autore standard, vale a dire il copyright. Ed è meglio che qui mi astenga da ogni giudizio. In fondo molti editori pubblicano libri di ricette come i consigli di suor Germana, che per riproporre e al massimo aggiungere non so, i pinoli nel risotto alla milanese viene pure retribuita. Io invece, non vi dico che pagherei ma in compenso prometto la mia stima verso colui/e disposto/a a cucinarsi un bel piatto di patate e seppie a modo mio:
Ingredienti per due persone:
400g di seppie
350g di patate
50g di pomodori pachino
cipolla
sale
pepe bianco
Fate rosolare in una padella la cipolla, aggiungete le patate tagliate a cubetti e fate cuocere a fuoco lento (coprite con un coperchio la padella), girate di tanto in tanto sennò vi si attacca tutto. Appurate che le patate si siano dorate dunque aggiungete le seppie già ripulite, sale e solo dopo aver fatto cuocere per un po’ il tutto aggiungete il pepe bianco. Fate cuocere fino a creare una deliziosa zuppetta, immergete i pomodorini interi. Qualche altro minuto ed è fatta.
Buon appetito.
Da diritti culinari a diritti editoriali. Il buon Moretti come sempre, sputtana diversi editori e critica “alcuni” autori disposti ancora a far si che “quegli” editori continuino a registrare codici ISBN a manetta riempiendosi loro le tasche di soldi e gli altri di mosche per il piacere, riprendo il Moretti “…di regalare il libro alla madre e agli amici – …ma non è meglio pubblicarlo su internet e farlo leggere a milioni di persone?...”. Ditemi come dargli torto. Pochi minuti dopo, povero illuso, intervengo raccontando un piccolo aneddoto che il Grammatico conosce bene. E’ inutile raccontarvela, vi basta carpirne il senso. Dopo aver pubblicato una short story su una antologia mi accorgo, il giorno della presentazione, di non essere citato fra gli autori. Non vi nascondo il mio spiacere anche perché il libro tratta di un argomento a me caro e il fatto di stare in mezzo a quelle pagine in maniera quasi anonima scompensa poco poco il mio entusiasmo. Ma che dire, ero dentro quel libro, avevo avuto la possibilità di esprimere un parere, di rappresentare un sentimento e ciò mi bastava. Fino a quando quella stessa sera, una volta giunti ai convenevoli post-reading, il curatore (che d’altronde stimo e colgo pure l’occasione di salutare, ciao D’Amato) gentilmente segnala al pubblico la mia presenza, ringraziandomi del contributo. Peccato però che nel fare il mio nome cita qualcun altro, un certo Antonio Caruso (per i più curiosi). Da allora, questo piccolo episodio è diventato oggetto di simpatico sberleffo amichevole che nonostante la mia permalosità mi costringe a non esimermi dal ridere.
E quando gli amici ridono non posso che felicitarmi. In fondo penso a tutte quelle persone che ogni giorno mangiano merda per un po’ di fama e il tempo di ridere nemmeno ce l’hanno.
Ecco, tornando a noi, questo piccolo episodio ha acceso un breve dibattito sulla questione “citazione dell’autore”. Parole belle, a mio avviso giuste. Si è detto, come anticipavo prima, che non esistono in fondo diritti (tranne qualche eccezione) sull’arte culinaria, che nessuno ha mai inventato nulla ma solamente “riproposto”, che bisogna abbandonare l’idea del nome e concentrarsi sull’arte come artigianato. Nulla in contrario. In fondo se andate da un falegname e chiedete di farvi fare una sedia non ci metterà di certo la firma. Non scritta intendo, perché la sua firma sarà rappresentata dalla qualità dell’artefatto. Se poi un giorno inviterete a cena un vostro amico e gli cucinerete una bel piatto di patate e seppie e sempre quel vostro amico noterà la comodità della sedia che vi siete fatti fare dal falegname e ancora vi chiederà dove l’avete acquistata, perdonatemi, cosa farete? Non invierete l’invitato dal falegname affinché anche egli potrà godere di quella comodità in casa propria? Il falegname sarà molto contento, continuerà a fabbricare sedie comode e potrà vivere del suo mestiere. Magari pagassero me per i miei artefatti, forse “scomodi” è vero, ma creati con lo stesso entusiasmo usato dal falegname. Invece, come ho scritto tempo fa, vengo di tanto in tanto contattato da gente che mi promette cose che non può però pagarmi ma che mi daranno l’opportunità di far conoscere il mio nome.
Ebbene, grazie alla cassazione rivolgo a tutti loro un bel vaffanculo.
Il Grammatico risponde più o meno così alle mie parole: “Antonio è ancora un ragazzetto, è normale che alla sua età sia importante farsi conoscere… - …chi pretende di firmare le proprie opere ha paura della morte, vuole lasciare per forza qualcosa ai posteri…ecc ecc”.
Manca l’applauso, peccato.
Non mi pare però che il Grammatico soffra di astinenza da firma. Ma forse e dico forse, l’età interpreta ogni sottile desiderio. Eppure anche lui, anche voi come me, tutti noi quindi, non ci siamo inventati nulla ne inventeremo qualcosa, ma impegneremo noi stessi nel cercare di aggiungere, modellare con le nostre mani, innovare, trasmettere nuove emozioni, migliorare qualcosa sulle basi di chi ci ha preceduto per il bene comune. Sapere che il 14 marzo del 1994 un certo Linus Torvalds presenta all’università di Helsinki il suo (oggi di tutti) Linux 1.0 mi fa stare bene e il fatto che egli stesso utilizzò il suo nome non mi fa certo pensare che avesse paura della morte o che addirittura volesse lasciare un segno ai posteri solo per fama. Ha utilizzato il suo nome perché fiero del suo nome. E grazie a lui forse, oggi godiamo su internet di distribuzioni libere geniali come ad esempio, tanto per citare il Moretti, “Wikipedia, l’enciclopedia libera”.
Se poi volete sapere com’è finita la serata bè, vi lascio il “libero” beneficio del dubbio. Le serate di Terranullius finiscono sempre come nei films, tutti ubriachi a beneficiare della forza dell’altro. Il reading continua intimo e turbolento come fossimo tutti su un grande palco, di fronte a centinaia di persone che non ci capiscono un cazzo ma il semplice fare finta ci aggrata. Fino a quando il proprietario del posto non ci chiama a sloggiare il culo dalla sedia comoda fatta da un bravo falegname. E poi tutti a casa, a farsi una bella cagata prima di dormire e leggere l’immancabile catalogo Ikea.
Il lieto fine senza errata corrige.
a.
Wednesday, September 05, 2007
.:l'asta e la bandiera:.

Rendo intimo ogni mio pubblico pensiero
…dopo aver visitato questo blog, una mia collega d’accademia mi fece una semplice ma curiosa domanda: “ma tutto quello che scrivi, è vero? voglio dire…pensi davvero quelle cose? rendi pubblici i tuoi pensieri più intimi?
lìxlì non seppi dare una risposta, pensai: “ rendo pubblico ogni mio intimo pensiero?”
no.
“rendo intimo ogni mio pubblico pensiero” risposi.
non ho mai scritto quanta carta igienica uso per pulirmi il culo, se faccio uso di antibiotici, antistaminici o qualunque altro preparato chimico terapeutico che cominci con “anti”. non vi ho mai detto cosa faccio realmente prima di andare a dormire, se possiedo un cane, un conto in banca o postale, se mi piace giocare a scacchi o se invece preferisco la dama. non vi ho mai parlato dei miei nipoti, non sapete nemmeno dove abito, addirittura se ho una casa, quanto mi fregano per l’affitto, se ho un contratto regolare o meno, se mangio merda come fosse cioccolata, se sono daltonico, miope, astigmatico o ipermetrope. nessuno di voi sa in verità quali locali frequento, che scarpe indosso, se uso gel per capelli o sono più un tipo da cera. non ho mai detto qual è il mio vero nome, se ho cicatrici sul corpo, carie ai denti, emorroidi, carcinomi dovuti a sigarette, ogm o alcol. se mi lavo spesso o per niente, se ho una ragazza, amici, un’auto, un box auto, un anello al dito, una collana al collo, una croce sulla spalla. mai vi ho detto se credo in dio o alla chiesa, se vado a messa alla domenica o preferisco dormire perché ancora ubriaco, se ho mai visto la spagna, l’america, l’argentina di guccini, se ascolto guccini o de gregori, se rido di cuore o piango di gusto, se ho mai pensato di farla finita, se sono attaccato alla vita come una patella ad uno scoglio, se mi puzzano i piedi, le ascelle, l’alito. mai ho scritto quale letterato amo, se ho mai letto un topolino, se ho mai visto kiss me licia alle quattro del mattino e bestemmiato le madonne, se seguo il calcio, lo sci di fondo, se ho mai toccato il fondo e se mi sono mai trovato sul lastrico a chiedere un passaggio. non vi ho mai raccontato come ho conosciuto mia madre, del perché disegno, cosa penso di craxi, moro, riina, callipari, scalfaro, leone, gaber, banfi, pannella, rostagno, pininfarina, manara, pratt, gibrat. eppure, di cose ne ho proferite.
non esiste una verità biografica, ma questo ve l’ho già detto.
se proprio devo dire qualcosa di me invece, qualcosa di intimo intendo, allora…sappiate una cosa, adoro twin peaks e vaffanculo maria de filippi e quell’idiota di maurizio costanzo…
Cari amici/lettori/sociopatici, da oggi PS svende tutto! L’illustratore Antonio Bruno vende le proprie opere a prezzi stracciati. Disegni, illustrazioni, short story e vignette pubblicate dal 2005 sino ad oggi su riviste, libri e naturalmente su questo blog. Non vuole questo sembrare un annuncio commerciale o una qualche iniziativa a scopo di lucro, avremmo sennò utilizzato e-bay! L’iniziativa parte dal progetto “Scopriamo gli altarini” che si impegna a rendere pubblico ogni misfatto o strategico abuso di potere artistico! Potrete richiedere il catalogo delle opere inviando una mail all’indirizzo percezionesociopatica@gmail.com . Le opere partiranno da un prezzo base, ognuno di voi farà un’offerta che verrà resa pubblica su queste pagine. Ogni asta avrà la durata di sette giorni dico sette. Verrete comunque aggiornati di volta in volta sullo stato dell’offerta. Noi facciamo l’asta, voi metteteci la bandiera!
Grazie mille!
A.B.
Sunday, September 02, 2007
Videorecensione di Tana per la bambina con i capelli a ombrellone
E' un' opera struggente il libro di Monica Viola. Un abisso catartico che ti trascina di sotto, scendi ma lo stupore è più forte del dolore puro. Mentre precipiti quardi smarrito la trama di un film che dovrebbe essera la tua vita. La vita per fortuna brucia in fretta per spirito di autoconservazione. Non dà il tempo della presa d'atto. Per sopravvivere al massimo dei privilegi o per morire a un angolo di una strada il giorno di natale, dobbiamo comunque mutare, masherarci, inseguire ondate di follia, mode, moti, amori animali o artificiali.
Istruzioni d'uso
1) Assumere un'identità credibile
2) Crearci dipendenze
Monday, May 28, 2007
Annunciazione in metropolitana
ANNUNCIAZIONE IN METROPOLITANA
di Chiara Cretella,
Fazi Editore, prima edizione Gennaio 2007
euro 14.50
E’ un romanzo struggente e tragico, fuori dal tempo, che non si ritrova in questo periodo storico di plastica e rifiuti inorganici, laterale ad ogni contemporaneità, che non utilizza la misera cronaca per i suoi disegni. Ricompone l’organico, ricrea una poetica parallela, una nicchia di luoghi che sembrano non appartenerci più, ma che furono nostri. E torneranno ad esserlo. Lo scritto accarezza la morte e la sua rappresentazione, ce la consegna come amica fedele, mentre ogni messaggio esterno oggi tende a negarla, a vilipenderla, a mascherarla. A VIOLENTARNE l’essenza. Non ce ne occupiamo, lasciamo a farneticarne uomini di superstizione, figure retoriche che capeggiano rivoltanti culti monoteistici. Sono loro che da secoli gestiscono questa materia e i suoi simboli, sono loro che impongono tesi consolatorie&ricattatorie
Il testo è percorso da una sana blasfemia e Chiara Cretella parla la lingua dell’eterno necessario, ne conosce l’alfabeto, il lessico.
“Avevo una sorella. Sì, avevo una sorella. L’ho scoperto quando ho compiuto dieci anni. Mia madre si era ammalata, le diagnosticarono delle cisti ovariche e dovette fare diverse analisi specialistiche. In una di queste radiografie le trovarono qualcosa di straordinario”
…
“Le trovarono un feto, cancrenizzato nell’ovaia. I resti di un gemello, che non giunse a maturazione e non venne partorito quando nacqui io. Era una femmina”.
…
“… Ero convinto fin da bambino di essere solo una parte di quello che avrei dovuto incarnare. Una sensazione di inspiegabile mancanza, come la caduta di un angelo maledetto da dio. Lucifero. Fu lui, veramente, solo lui a divenire profondamente umano”.
Il libro è costellato di ombre inquiete, di freak, bambine con gambe malformate che credono di essere gatti e si cibano di erba, prima di suicidarsi gettandosi dal cornicione del collegio. Alfredo, artista dalla sessualità ambigua prende Leanna per mano per condurla al centro se stessa, nel più doloroso dei percorsi. Perché solo la crudeltà è amorevole. L’ambiguità sessuale non è castrazione, ma rappresenta la totalità umana.
Piangevo cercando di farmi sentire. Tra le lacrime la porta era come trasparente. E vedevo Alfredo, la sua disperata vitalità. Accarezzava il suo amico con la leggerezza che dovrebbe avere un padre. E lo amava col tocco amoroso della madre.
Figure che possono provocare nel lettore reazioni allergiche, fastidio, ma che scansano la volgarità da libro degli orrori. Ci si aggira tra cimiteri monumentali, reliquie, ma paradossalmente la decadenza è altrove, a sprigionarsi è un’energia vitale che reinventa il corpo per riappriopiarsene.
Amore&morte, in assenza di sangue e ossigeno, fuori dall’ immaginario che i media ci consegnano, dal rosa carne platinato delle puttane corpivendole nazional popolari, dalla pratica relegata al ginnico – sportivo. Il corpo torna ad essere un tempio votato all’arte di un raffinato estetismo, un oggetto soggetto che muta attraverso il tatuaggio, la mutilazione, la mortificazione, l’anoressia, il dissanguamento, senza rinunciare a pronunciarsi a pronunciarsi su tematiche politiche, tutto si muove nella bolla a bassa pressione di un orrido periodo di restaurazione in assenza di rivoluzione.
Cercando una via d’uscita in un percorso che è ricerca, mai abbandono, né perdita di coscienza.
“Perché tutte queste energie non le riversi nella lotta?”
“Sei assurda. Il momento storico non permette una rivoluzione. Il sonno della ragione produce mostri… all’artista non resta che rappresentarli. Se tutti i mostri saranno uccisi quella sarà la fine dell’umanità”.
…
“…sarebbe questa la rivoluzione giusta: lasciare che tutto, nella sua decadenza, si avvii al suicidio collettivo per liberare l’universo da un cancro odioso e inutile. Il termine “rivoluzione” viene proprio da questo: è il moto di un pianeta attorno a un altro, che segna per noi il passaggio del tempo. L’unica rivoluzione, se ci pensi, è il nostro temporale passaggio su questo pianeta”.
Credo che questo romanzo carichi il lettore di tossine salutari, da un lato intossica l’organismo, dall’altro fa chiarezza su cosa divide la vera letteratura dalle sceneggiature buone per la caricaturale rinascita del cinema italiano della medietà e per le fiction televisive. Basta aprire il libro a caso per leggere pagine importanti, definitive, necessarie. Pare che l’editore abbia imposto tagli al testo, per relegarlo e sintetizzarlo per quanto possibile a codici riconoscibili ai beoti che si aggirano nelle librerie maneggiando i libri come fossero cartocci di salumi in carta oleata.
Spero che un giorno tutto il testo sia reperibile, magari reperibile e scaricabile in rete.
Per ora ringrazio per ciò che ho letto.
Saverio Fattori
Sunday, May 13, 2007
BUON LAVORO da Federico Platania...
In anni in cui il lavoro precario si impone come emergenza sociale, Platania ci ricorda che l’altra faccia della luna è sempre cupa, il lavoro fisso rimane un baratro oscuro e profondo che tiene in ostaggio anima e cervello.
Platania butta dodici piccole perle in questo baratro che restituisce mormorii strozzati di pc in accensione, suonerie di telefonini inopportuni, lo FTAC di una cimice che sbatte contro a un neon. Il TLAC della macchinetta del caffè che ha deposto il bicchierino, i ronzii di radioline fuori frequenza, le frasi sconnesse di colleghi di ufficio devitalizzati, in bilico tra cameratismo e arroganza.
L’io narrante dei primi racconti è un neo assunto che si avvicina al microcosmo di un ambiente di lavoro, congelato su automatismi logori e ipocriti. Da absolut beginner deve tenere i ricettori aperti, orientarsi sul campo di battaglia. Come una cimice inizia a ronzare attorno a una luce opaca e artificiale con il rischio di finire schiacciato.
I Filini e i Fracchia post-Legge Biagi osservano rituali di cortesie per gli ospiti imbarazzanti.
I dialoghi sono ruvidi, sempre sul filo della gaffe conclamata, i silenzi urlano vendetta. L’esperienza accumulata in anni sempre uguali è l’unica misera forza di cui dispongono, la merce di scambio, una piccola arma bianca di offesa e difesa. A casa allevano tarme che devastano abiti, si cibano di TRIS DELUXE MARGHERITA CAPRICCIOSA PROSCIUTTO E FUNGHI.
E’ un’umanità piccola piccola quella che si trascina in questi racconti. Molli strategie, estenuanti guerre di trincea aziendale, disarmonie riequilibrate dall’istinto di sopravvivenza, rigenerazioni umorali da camera caffè.
La materia dei racconti è omogenea ma si concede un angoscioso crescendo. Nei racconti Gallerie e Le scimmie di Vergara, si scivola inesorabilmente dalla mediocrità verso la follia pura. Gli edifici mutano in territori ostili ignorati dalle donne dell’impresa di pulizia, poggiano sopra reti di gallerie dove inquietanti addetti alla derattizzazione scavano buche dal contenuto ripugnante. Gli ascensori sono trappole infide e ingovernabili. Dirigenti caduti in disgrazia e minati dalla paranoia si aggrappano a segretarie-mamma, allevano scimmie liberate da sottoposti rancorosi. Vengono rinvenute in successione caricature su fogli A4 di impiegati che, per oscure trame vendicative, sono fatti oggetto di tacite persecuzioni. E la fauna continua a sorprendere spiacevolmente. Dalle fondamenta marce, i ratti risalgono per andare a morire incastrati nei filtri dei condizionatori. Pacchi contenenti quaglie morte sono recapitati a ignare vittime prossime al licenziamento, nel quadro di una Progressione geometrica messa a punto dall’ufficio personale.
“ E gli altri tre chi sono?”, ho chiesto io. Romoli ha fatto una smorfia. “Colpiscono il middle-management”, ha detto poi. Io l’ho guardato senza dire nulla. “Il ventre molle dell’azienda”,
ha detto lui.
“Ma che c’hai paura? Ti pensi che ti seccano a te? Ma se quelli manco si ricordano che esisti”,
ha detto Romoli sempre ridendo.
Federico Platania è un bel colpo di Fernandel, un esordio importante. Non genera dispersione nella scrittura, realizza un’omogeneità e un controllo stilistico invidiabili. Ha scritto un perfetto romanzo dell’orrore aziendale. Arriva all’essenza del marcio a tempo indeterminato. Parte dai sotterranei popolati da ratti e ci racconta di uccelli che hanno smesso di volare.
Da tempo.
